Procol Harum – “A Whiter Shade of Pale

Strusciamenti infiniti e gonadi che soffrono nei primi jeans stretti. Nei balletti dell’inverno 1967, l’unico “lento” ammesso, tra gli sbuffi dei più timidi e la malcelata soddisfazione delle ragazzine, è questo 45 giri che arriva da molto lontano, annunciato da una copertina blandamente psichedelica, un’etichetta loffia (la Deram) e un titolo incomprensibile, “Un’ombra più bianca del pallido”.

Ivano Fossati – “C’è tempo”

Da ragazzo il povero cristo cantava canzoni in inglese senza conoscere la lingua. A scuola aveva studiato francese: così si usava, in prevalenza, nelle scuole del Regno delle Due Sicilie, e poi l’idioma era noto in famiglia. Dunque doveva arrangiarsi. Con i suoi soci in musica ascoltava per ore “Help!” e “Day Tripper”, ricavandone delle grottesche trascrizioni foniche: non erano ancora arrivati gli “Shampoo“, che sul tema avrebbero detto parole definitive.

Maurice Ravel – Concerto per pianoforte e orchestra in Sol, 2° movimento (Adagio assai)

Benedetti siano i secondi movimenti. Gli autori li scrivono per farsi perdonare. Dopo avere esposto tutta la mercanzia in primi movimenti spesso declaratori, supponenti e autoreferenziali, concedono a noi poveri mortali pause di puro piacere. I secondi tempi dei Concerti (scritti in forma di Adagio, di Largo, di Larghetto) sono brani che chiedono solo di essere ascoltati e goduti. Riecheggiano in maniera sufficientemente vaga i temi principali, e quindi ti liberano da ossessive e a volte capotiche modulazioni. Stemperano lo “scontro” tra il solista e l’orchestra, e la caduta di tensione esalta la serena centralità di melodie semplici, suadenti e accattivanti.

Radiohead
“Life In A Glass House”
(da “Amnesiac”, 2001)

Il povero cristo nato nel 1954, a un certo punto, aveva dovuto dichiarare morta la musica pop di qualità, passando con figli e amici dei figli come il più lamentoso e ottuso dei nostalgici. Ma non poteva fare altrimenti. Aveva fatto dignitosissimo apprendistato nei primi anni ’60, prima con un po’ di buon Sanremo (oh, aveva 10 anni, non di più) e poi con Beatles e Rolling, oltre che con tante, tantissime cover, sia pure tradotte con i piedi.

Johann Sebastian Bach
Primo libro del “Clavicembalo ben temperato” – Preludio in Do# BWV 848

Si può discutere di tutto, avere diverse opinioni, gusti e preferenze musicali, ma lasciamo stare Giovanni Sebastiano. Inizio e fine della musica, di tutta la musica. Quella cosiddetta classica, colta, di cui la sua opera è sintesi assoluta: dà un senso alla musica precedente, ispira tutto quello che viene dopo. Monodie e canti gregoriani, madrigali e mottetti, villanelle e concerti grossi siamo in grado di ascoltarli e comprenderli perché c’è stato lui.