Sting – “I Hung My Head”

Nel gioco fesso del “ma in fondo, quale è il tuo vero sogno?”, a un certo punto il nostro dichiarava: “Suonare le tastiere in un concerto di Sting”. Nei rifluenti anni 80, finita la gloriosa stagione del prog rock, i Police erano stati per qualche anno l’ultima trincea della buona musica pop. E, quando Gordon Sumner cominciò a fare da solo, i primi risultati furono indiscutibili. Faceva musica di gran classe: belle melodie e arrangiamenti finissimi. Poi, da un certo momento, cominciò il lento scivolamento: più nulla di sporco, vero e cattivo, come il rock imporrebbe; una evidente tendenza a confezionare solo pezzi glamour, leccati, platinati. HP, per tutti, cita “Whenever I Say Your Name“, uno dei migliori pezzi di world music degli ultimi anni, preso di sana pianta, nella sua struttura armonica, dal Piccolo preludio in Do maggiore. Di chi? Di Giovanni Sebastiano, ovviamente.

Henryk Gòrecki – Sinfonia n.3, Adagio

Il colpevole, come sempre, abita a Copertino. Lui e il suo marketing spietato: gli aggiornamenti, le librerie condivise, “completa l’album”, “la tua lista dei desideri”, e il maledetto Genius (hai comprato questo? allora ti piacerà pure quell’altro). Il nostro, melista entusiastico e acritico, cade in tutti i tranelli. Scarica, esplora, supporta, regala, aggiorna; alla fine acquista, per la gioia di Steve Jobs. Così un ultimo, micidiale pacchetto (3000 brani aggiornati in iTunes plus per la modica spesa di 326€) gli consegna musica non richiesta, palesemente distante dai suoi parametri. E lui, l’inflessibile bachiano, si ritrova ad ascoltare l’aborrita musica contemporanea, nella partitura di un religiosissimo polacco, Henryk Gòrecki.

Beach Boys – “God only knows”

Vale la pena citare per intero Paul Mc Cartney: “”God only knows” è una delle poche canzoni che mi fanno piangere tutte le volte che la sento. In realtà è solamente una canzone d’amore, ma è fatta in maniera eccezionale. Mostra il genio di Brian Wilson. Una volta mi è capitato di eseguirla con lui e devo confessare che durante il sound-check sono scoppiato in lacrime. Già cantarla mi fa perdere la testa, figuriamoci cantarla al suo fianco”. Parole definitive, pronunciate qualche anno fa dal più grande songwriter del nostro tempo. Forse in ritardo, forse per sopire un po’ di senso di colpa.

Johann Sebastian Bach – “L’arte della fuga”

Con l’arrivo degli anni ’80, il nostro cominciò a chiedere alla vita un po’ di esattezza. Nei caotici e violenti anni ’70, sola misura d’ordine della sua esistenza erano state le granitiche certezze del Partito, approdo per confusi ideali, baluardo contro le pulsioni estremistiche, culla di amori solidi. Il punto è che sul più bello, nel momento di massimo fulgore, il granito aveva cominciato a sfaldarsi, lentamente e inesorabilmente, galeotti alcuni maledetti ossimori. Un compromesso, per definizione necessitato e contingente, diventò “storico” per darsi importanza. Il Partito si autodefinì “di lotta e di governo”, non avendo il coraggio di fare né l’una né l’altro. Il tormentato leader del tempo si disse addirittura “rivoluzionario e conservatore”. Fu Moretti, in “Palombella rossa“, a sintetizzare il caos che ne derivò.