Martedì 3 D’Alema si incontra con le forze sociali, e l’avvio è ottimo. Ma la notizia viene sommersa dal voto sulla commissione per Tangentopoli, poi ci sono i sindaci che fanno il loro movimento, la discussione sulla legge elettorale… insomma il fatto non viene valorizzato. È un difetto della nostra comunicazione, in parte anche voluto perché D’Alema vuole partire basso, ma la cosa mette anche in rilievo altro. D’Alema è per tutti il leader politico, non solo il capo del governo. Quindi gli viene addebitato ogni fatto politico: il dialogo con il Polo è questione sua, i sindaci polemizzano con lui. Come si evita tutto ciò? lo penso che il problema sia sopravanzare il teatrino politico con la concreta attività di governo. Questo c’è da fare. E, anche, darsi una teoria all’altezza. Non so se è il caso di farlo  all’assemblea congressuale, venerdì prossimo, forse lì no, ma bisognerà farlo alla prima occasione, con uno scritto, un saggio, un articolo, che affronti i temi fondamentali della politica oggi.

Che storia, questa di Maria Yudina, pianista russa. Io non la conoscevo, me l’ha fatta scoprire un amico su Fb.

imagesMaria Veniaminovna Yudina nasce nel 1899 a Nevel, ai confini della Bielorussia, da una famiglia ebraica. A 12 anni il suo talento viene scoperto da una pianista allieva di Rubinstein e approda così al Conservatorio di San Pietroburgo, dove avrà come compagni di classe Dmitrij Shostakovich e Vladimir Sofronickij. Nel 1917 vive in diretta la Rivoluzione d’Ottobre, ma qualche anno dopo si converte al cristianesimo piuttosto che al comunismo, ed entra nella Chiesa ortodossa russa.

Il portellone sta per chiudersi, ma il  tentativo estremo va fatto: la prossima nave parte alle 15. “Scusi, ho fatto tardi. Non è che posso fare il biglietto a bordo?”. “Saglite, po’ verimmo. Ma costa ‘e cchiu'”. ” Di più quanto?”. “Poi parlate con il mio collega”. “Sì, ma mi scusi…”. “Sbrigatevi, che dobbiamo partire… rapido”. Salgo o non salgo? Salgo.

Parcheggio l’auto, vado su, mi siedo. Tracanno un’acqua minerale, ancora boccheggiante. La principessa assiste, paziente e pietosa. L’uomo del bar la guarda e fa: “Il cane non può stare qua. E’ vietato dalla legge”. “Ha ragione, mi scusi, la porto fuori”.  “Lasciatela, se vere che è bbuona”. La porto fuori o la tengo dove non può stare? Nau resta dentro.

Da giovedì 22 ottobre sono a palazzo Chigi, nell’ufficio più  grande. Me lo sono preso fottendolo a Minniti , anche se è  eccessivo e scomodo. Dovevo evitare che intorno a D’Alema circolasse troppa gente. Sabato e domenica sono a Klagenfurt con il presidente ed una corte di miracoli di diplomatici e cortigiani: gente inutile, a volte dannosa. Al ritorno, in aereo, facciamo il piano per la prima settimana. D’Alema sembra ben intenzionato: ha fatto bella figura al vertice, ora vuole darsi da fare. Naturalmente dovrà radicalmente cambiare il suo modo di lavorare. Ne sarà capace?

Vi posto a puntate (ogni mattina, ore 8) una specie di diario (riletto, lo trovo assai ingenuo…) che tenni per un po’, all’epoca del governo D’Alema. La sera, o quando mi incazzavo perché non funzionava niente, o quando non avevo voglia di fare niente, buttavo giù appunti. Come sempre, lo facevo per un po’, poi mollavo, poi riprendevo. La mia incostanza classica. Ho solo sbianchettato qualcosa: ci troverete degli omissis. Ma riguardano solo persone gratuitamente offese.

Venerdì 16 ottobre 1998. D’Alema sta per mollare l ‘incarico di fronte alla difficoltà di mettere insieme Cossutta e Cossiga. Dopo aver incontrato Caltagirone tomo a Botteghe oscure e il quadro si va rapidamente evolvendo. Alle 13 Cossiga dichiara esplicitamente che vuole stare in maggioranza. Da allora la strada è in discesa. Alle 18 e 30 D’Alema va da Scalfaro (gustosi i preparativi, con il prefetto Immelli che arriva a Botteghe Oscure e si fa vedere da tutti i giornalisti, malgrado le mille precauzioni, e D’Alema che raggiunge il Quirinale su una Punto), la sera siamo a casa sua, io, Nicola e Cuperlo a fare il governo. Sono le 4 e 30 di sabato, comincio a pensare che l’avventura sta partendo. Il mio lavoro, dopo la pausa all’Unità, torna ad essere quello di sempre. È una condanna, un destino, o è quello che in realtà voglio fare?

L’editoriale di Panebianco sul Corriere di stamattina. Come dargli torto?

Le reazioni del partito della spesa pubblica di fronte alla affermazione di buon senso, e inoppugnabilmente vera, del viceministro all’Economia Stefano Fassina secondo cui esiste, accanto a una evasione indotta da avidità e mancanza di senso civico, anche una evasione fiscale «di sopravvivenza», sembrano dettate dall’arroganza: quella tipica arroganza che è propria di chi, ritenendosi fortissimo, può permettersi il lusso di ringhiare davanti a qualche timido distinguo dalla linea dominante e vincente.
C’è il forte sospetto che sia ormai inutile continuare a ripetere, come facciamo da anni, la solita litania: «Bisogna ridurre la spesa pubblica al fine di abbassare le tasse e rilanciare così la crescita».