Da giovedì 22 ottobre sono a palazzo Chigi, nell’ufficio più  grande. Me lo sono preso fottendolo a Minniti , anche se è  eccessivo e scomodo. Dovevo evitare che intorno a D’Alema circolasse troppa gente. Sabato e domenica sono a Klagenfurt con il presidente ed una corte di miracoli di diplomatici e cortigiani: gente inutile, a volte dannosa. Al ritorno, in aereo, facciamo il piano per la prima settimana. D’Alema sembra ben intenzionato: ha fatto bella figura al vertice, ora vuole darsi da fare. Naturalmente dovrà radicalmente cambiare il suo modo di lavorare. Ne sarà capace?

Vi posto a puntate (ogni mattina, ore 8) una specie di diario (riletto, lo trovo assai ingenuo…) che tenni per un po’, all’epoca del governo D’Alema. La sera, o quando mi incazzavo perché non funzionava niente, o quando non avevo voglia di fare niente, buttavo giù appunti. Come sempre, lo facevo per un po’, poi mollavo, poi riprendevo. La mia incostanza classica. Ho solo sbianchettato qualcosa: ci troverete degli omissis. Ma riguardano solo persone gratuitamente offese.

Venerdì 16 ottobre 1998. D’Alema sta per mollare l ‘incarico di fronte alla difficoltà di mettere insieme Cossutta e Cossiga. Dopo aver incontrato Caltagirone tomo a Botteghe oscure e il quadro si va rapidamente evolvendo. Alle 13 Cossiga dichiara esplicitamente che vuole stare in maggioranza. Da allora la strada è in discesa. Alle 18 e 30 D’Alema va da Scalfaro (gustosi i preparativi, con il prefetto Immelli che arriva a Botteghe Oscure e si fa vedere da tutti i giornalisti, malgrado le mille precauzioni, e D’Alema che raggiunge il Quirinale su una Punto), la sera siamo a casa sua, io, Nicola e Cuperlo a fare il governo. Sono le 4 e 30 di sabato, comincio a pensare che l’avventura sta partendo. Il mio lavoro, dopo la pausa all’Unità, torna ad essere quello di sempre. È una condanna, un destino, o è quello che in realtà voglio fare?

L’editoriale di Panebianco sul Corriere di stamattina. Come dargli torto?

Le reazioni del partito della spesa pubblica di fronte alla affermazione di buon senso, e inoppugnabilmente vera, del viceministro all’Economia Stefano Fassina secondo cui esiste, accanto a una evasione indotta da avidità e mancanza di senso civico, anche una evasione fiscale «di sopravvivenza», sembrano dettate dall’arroganza: quella tipica arroganza che è propria di chi, ritenendosi fortissimo, può permettersi il lusso di ringhiare davanti a qualche timido distinguo dalla linea dominante e vincente.
C’è il forte sospetto che sia ormai inutile continuare a ripetere, come facciamo da anni, la solita litania: «Bisogna ridurre la spesa pubblica al fine di abbassare le tasse e rilanciare così la crescita».

Stamattina Bini Smaghi ha scritto sul Corriere della sera. Vi posto il pezzo perché è di indiscutibile chiarezza. L’indovinello è: a due anni da questa lettera cosa è stato fatto e cosa no dai nostri beneamati governi? (se non volete leggere tutto andate direttamente al punto 6).

Caro direttore,

il suo editoriale del 24 luglio scorso invita giustamente a non perdere la memoria di quello che è successo circa due anni fa, dopo che la Bce scrisse una lettera al governo italiano per chiedere misure incisive per superare la crisi. Vorrei fornire qualche precisazione al riguardo, dal punto di vista di chi contribuì a scrivere quella lettera.

Quindi abbiamo un Papa che parla con il mondo, non con i media: questa è la notizia. Ma Accattoli sbaglia a preoccuparsi. Se ognuno imparasse davvero a fare il suo mestiere, tutto potrebbe funzionare meglio.

Se Francesco – poniamo – avesse risposto in aereo ai giornalisti sullo Ior e sulla “lobby gay”, avrebbe scatenato – come lo stesso Accattoli ammette –  “la polarizzazione che è in agguato e che fino a oggi è riuscito a tenere bassa proprio con la disciplina della riservatezza”. Traduciamo: avrebbe reso più difficile la soluzione di due dei più complessi problemi di governance che al momento ha di fronte.  Avrebbe “comunicato con i media secondo le regole dell’informazione di massa”, e avrebbe aumentato il caos in casa sua.

La BuitoniBorlettiMazzantiviendalmare, sottosegretaria ai Beni culturali, si lamenta qui perché il decreto del fare semplifica (orrore!) le procedure per le ristrutturazioni degli immobili, naturalmente se il bene non è vincolato (chiaro? Se il bene NON è vincolato). La signora vorrebbe anche in questi casi l’autorizzazione delle Soprintendenze: una carta in più da produrre, un potere in più per le burocrazie. Ci vuole tempo per le autorizzazioni? Si diano più soldi alle Soprintendenze. Sennò il nostro patrimonio culturale (ricordo che stiamo parlando in questo caso di un dignitoso appartamentino al Quarticciolo) rischia di brutto.

“Nel nostro Paese le tasse sono alte perché non tutti le pagano”. Questa frase può pronunciarla solo un ignorante o una persona in malafede. E Letta, che l’ha pronunciata con enfasi, non è un ignorante.

Intanto, “tasse alte” è un gentile eufemismo. In Italia, nel 2012, siamo arrivati ad una pressione fiscale del 44% sulle persone e del 53% sulle imprese (mentre le piccole imprese – come quella in cui lavoro – pagano lo sproposito del 68,3%, tra tasse, oneri fiscali, contributivi e balzelli vari). Una condizione del genere non è equiparabile a nessun paese civile al mondo. Semplicemente non è sopportabile. Per quelli che pagano. Non per gli evasori, che se ne fregano.