“Nulla sarà più come prima”. Sarà meglio.

Post molto lungo. Scusatemi

Abbiamo già detto altre volte “nulla sarà più come prima”. Almeno due negli ultimi venti anni: dopo l’assalto alle Torri Gemelle e all’indomani dello sconquasso determinato dalla crisi dei subprime. Già crisi globali, ma divampate nel cuore dell’Occidente: le esplosioni del 2001 sembravano dare ragione alla profezia di Huntington sullo scontro di civiltà in atto, il crack del 2008 fotografava un capitalismo avido e distante dal common people. Anche se diversissime tra loro, entrambe le vicende consentivano alle nostre ansie degli sbocchi in qualche modo tranquillizzanti: avevamo nemici da combattere (il fondamentalismo islamico, la finanza rapace), potevamo proteggerci dall’arrembante dimensione globale dei problemi rifugiandoci dentro le nostre presunte casematte (i valori occidentali, gli Stati-nazione, etc…). I “nulla sarà più come prima” erano delle risposte rozze e vigorose, rumorosi squilli di trombe o annunci finanche inconsapevoli: incubavano le crisi di rappresentanza, i sovranismi e i populismi che sarebbero maturati, e avrebbero vinto, negli anni successivi.

Ora è arrivato un nemico inafferrabile, mutevole, democratico e globale a farsi beffe della nuova ideologia dominante. E, nei primi commenti su quanto accade, si riaffaccia il “nulla sarà più come prima”. Ma non suona come minaccia o auspicio: al momento è piuttosto una constatazione. Vaga, generica, un po’ stralunata. Perché l’evento in corso è palesemente più grande di noi, e nessuno è in grado di dire che evoluzione avrà e quali effettivi cambiamenti produrrà.

Detto che ora si tratta di fare i conti con l’emergenza senza filosofeggiare, io qui espongo qualche tesi piuttosto forte e – ovviamente – tutta da verificare sul futuro. Penso che davvero, dopo e oltre il virus, “nulla sarà più come prima”. Ma non per le dure politiche necessarie a contrastarlo, per le inevitabili crisi produttive e commerciali cui si dovrà far fronte, per i cambi di abitudini, comportamenti o modalità relazionali che il nuovo nemico ci impone. Tutto questo finirà: torneremo prima o poi a crescere, e abbastanza presto – vivaddio – ad abbracciarci. Piuttosto sono convinto che in coda a questa storia ci ritroveremo tutti dentro un orizzonte simbolico, valoriale, culturale e anche organizzativo profondamente cambiato, di cui – una volta che lo avremo debellato – finiremo per  essere riconoscenti al signor Coronavirus. Cerco di spiegarmi, elencando quattro buoni motivi di gratitudine che intravedo (e ce ne saranno altri che scopriremo strada facendo).

IL MONDO E’ UNO. PUNTO.

Il Coronavirus ci dice che la globalizzazione è, da ogni punto di vista, un dato di fatto non reversibile. Non perché si sta diffondendo dappertutto: anche la peste nera e la spagnola furono globali. Ma perché il contrasto al Covid-19 ha come riferimento l’OMS, perché la scienza mondiale collabora nello scambiarsi dati utili all’individuazione di antidoti, perché banalmente – al momento sono all’estero – mi trovo a parlare di Coronavirus con persone delle più diverse nazionalità e culture, e sono tutti preoccupati e solidali, consapevoli come mai che siamo sulla stessa barca, e che il nemico è comune.

D’altronde gli stessi politici sovranisti sono afoni, in questi giorni. Trump protesta flebilmente contro l’OMS, per il resto non sa bene che pesci prendere. Il suo epigono Salvini si limita a chiedere più soldi per far fronte all’emergenza. Appaiono improvvisamente vecchi e inadeguati: sciorinare il loro Vangelo (protezionismi, frontiere chiuse, muri chilometrici e xenofobie di varia natura) contro il Coronavirus sarebbe grottesco. 

Così il re dello sciovinismo si mostra nudo di fronte ad un corpuscolo di dimensioni infinitesimali. Il risultato non raggiunto con anni e anni di riformismi vari e terze vie, lo sta realizzando il buon Covid-19. Ex malo bonum. Chi tornerà a parlare di sovranismi, dopo questa crisi che più globale non si può, sarà decisamente fuori contesto. 

LA SCIENZA UMANA

Ha subito anni durissimi, la scienza. Oltraggiata dalla diffusione malata di credenze irrazionali, accusata di essere al servizio delle cospirazioni di Big Pharma, messa in discussione dal mantra dell’uno vale uno. Ora vive il suo riscatto. E’ vero che a discutere nei talk show di Coronavirus viene chiamato – per dire – finanche il sottoscritto, ma in generale i media fanno a gara per ospitare i pareri degli specialisti veri, e sulla tolda di comando della lotta al Covid-19 un governo a partecipazione grillina ha insediato un Comitato composto dalle figure  più autorevoli della comunità scientifica ufficiale. Quando si dice l’eterogenesi dei fini.

E il bello (ripeto, il bello) è che questo avviene proprio quando della scienza scopriamo tutti gli umanissimi limiti. Di fronte a fenomeni ignoti e inediti, la scienza arranca, studia, procede per tentativi e fallimenti successivi, uniche garanzie di successi futuri. Al momento non ha risposte preconfezionate sul Coronavirus, sulla sua diffusione e la sua origine, e si divide sulle risposte da dare. Finisce persino per mettere in discussione santoni e guru del suo stesso mondo, mentre schiere di bravi ricercatori malpagati lavorano con umiltà, in silenzio e in condivisione, per trovare la chiave d’accesso al maledetto Covid-19.

E’ un altro effetto positivo e – spero – duraturo dell’emergenza. Va al bando per sempre il cialtronismo degli antivax, dei complottisti e dei terrapiattisti. E non per collocare gli scienziati sul piedistallo della Verità. Studiosi e ricercatori sono semplicemente parte essenziale della nostra povera umanità, specialisti – di cui fidarsi – in cerca di soluzioni ai problemi.

IL FUTURO DEL LAVORO

Sarebbe un grave errore ridurre lo smart working, cui l’emergenza ci costringe, ad una parentesi obbligata (governata peraltro da procedure ottuse e farraginose), in attesa che torni la normalità del lavoro fordista, ripetitivo, alienante, da svolgere in uffici inaccoglienti, secondo modalità e ritmi codificati (e superati) da decenni.

Il lavoro agile è, senza ombra di dubbio, un annuncio di futuro. In questi giorni lo si scopre come l’uovo di Colombo. “Sono davanti al computer, gestisco mail e progetti, mi sento con l’ufficio quando è necessario. E non è niente male farlo stando in mutande, interrompendo ogni tanto per badare ai figli o farmi un caffé”, mi dice un amico, egli stesso stupefatto di quanto si senta motivato a fare da casa le cose per bene, di quanto funzioni la formula.

Quando l’emergenza finirà, nella testa di chi dirige aziende e istituzioni finirà anche lo smart working. Difficile da digerire per i capi che hanno l’ossessione di tabelle e processi, che godono nell’esercitare un controllo occhiuto e pedante sui sottoposti, che non nutrono alcuna fiducia nello spirito d’iniziativa dei collaboratori, che organizzano gli uffici come catene di montaggio. Loro, i capi, vorranno tornare alla “normalità”, presidio sicuro del potere burocratico. Ma non durerà. Perché la rivoluzione di questi giorni non è reversibile. Andrà corretta e implementata riorganizzando tempi di lavoro e di vita, sperimentando soluzioni organizzative innovative, garantendo il sacrosanto rispetto dei processi aziendali insieme a periodici appuntamenti comuni, fatti di socialità, condivisione progettuale, approfondimenti strategici (e anche di proficui scambi di idee davanti alla macchinetta del caffé).

Non c’è dubbio, insomma, che in futuro ricorderemo Covid-19 anche come un potente acceleratore della trasformazione del lavoro nella società digitale.

A SCUOLA DI COMUNICAZIONE DAL CORONAVIRUS

Silenzioso. Invasivo. Pervasivo. Conosce la legge di potenza, forse crea reti a invarianza di scala. Certamente sviluppa connessioni e potenti hub. Ognuno di noi dovrebbe andare a scuola da Covid-19, guru assoluto della comunicazione, cui si contrappongono le risposte dilettantesche degli umani. Caciarone, confuse, mal gestite nel tempo e nello spazio.

Sia chiaro. Nell’affrontare l’ignoto ci sta che le cose non funzionino al meglio, anche nella comunicazione. Non sono da crocifiggere per questo i nostri governanti. Chiunque di noi avrebbe avuto incertezze, avrebbe commesso passi falsi. Non puoi comunicare se non conosci.

Ma per questo il nemico va studiato. Per rispondere usando le sue armi. Per utilizzare – nell’ignoranza – anche il silenzio: meglio che sparare sciocchezze. Per informare solo quando si ha la ragionevole certezza dell’attendibilità. Per colpire uniti, senza mostrare divisioni: la pericolosità del nemico sta nella paura che incute e diffonde, nelle reazioni confuse, non ragionate, cui ci costringe.

Il duro insegnamento di questa emergenza dovrebbe indurre tutti noi  a comunicare in maniera diversa. Con più sobrietà, gestione intelligente dei tempi,  rispetto dei fatti. Ma questo è solo un auspicio. Dopo e oltre il Coronavirus ci rimetteremo in moto, questo è certo. Sono meno sicuro che sapremo raccontarcelo nella maniera giusta.