imgresStiamo parlando, per chi non lo conoscesse, di uno dei più imponenti palazzi d’Europa. Con una superficie di oltre 103mila metri quadri (un quinto dei volumi previsti dal progetto originario) e una facciata di quasi 400 metri, palazzo Fuga avrebbe dovuto accogliere, nella vaga utopia illuminista di Carlo di Borbone, poveri da tutto il regno. Un disegno fallito non solo per intrinseco velleitarismo, ma anche perché nel frattempo l’attenzione di Carlo si era rivolta alla reggia di Caserta. E i fondi per il palazzo vennero meno. Rimase così, dal 1820, un’opera incompleta, abbandonata, e poi adattata a mille usi (nell’illegalità più assoluta) dalla fantasia dei napoletani, nel disinteresse di tutti i governanti.

La BuitoniBorlettiMazzantiviendalmare, sottosegretaria ai Beni culturali, si lamenta qui perché il decreto del fare semplifica (orrore!) le procedure per le ristrutturazioni degli immobili, naturalmente se il bene non è vincolato (chiaro? Se il bene NON è vincolato). La signora vorrebbe anche in questi casi l’autorizzazione delle Soprintendenze: una carta in più da produrre, un potere in più per le burocrazie. Ci vuole tempo per le autorizzazioni? Si diano più soldi alle Soprintendenze. Sennò il nostro patrimonio culturale (ricordo che stiamo parlando in questo caso di un dignitoso appartamentino al Quarticciolo) rischia di brutto.

Allora, comincio a prendermi le prime libertà. Partiamo da un po’ di stupidaggini napoletane. Ieri un commentatore ha scritto sul Corriere del Mezzogiorno che Velardi ha lasciato l’assessorato perché ha ”un fiuto infallibile a correre in soccorso del vincitore”. L’illustre scrivano non spiega perché a Napoli ci sono andato, a febbraio del 2008, in piena crisi dei rifiuti. Anche allora correvo in soccorso di qualche vincitore?

Veniamo alla seconda, un po’ più seria. Oggi lo stesso giornale scrive “fondi da Velardi a Velardi”, alludendo ad una delibera che stanzia risorse per il primo osservatorio internazionale di trendwatching, appuntamento della neonata Fondazione Capri. Si sostiene che viene finanziata la società Gpf, del gruppo Reti. Falso. Per preparare la manifestazione Elena Marinoni, ricercatrice di Gpf e massima esperta italiana di trendwatching, sta fornendo una consulenza gratuita. Non c’è alcun contratto tra società del gruppo Reti e la Fondazione Capri. Gli avvocati si occuperanno di stabilire i termini di un’azione legale nei confronti delle sciocchezze scritte.

Il post di ieri ha provocato diverse reazioni. Alcune sono comprensibili: politici e candidati alle elezioni non sono d’accordo con me (vorrei vedere!). Altre mi colpiscono di più. Sono quelle dei militanti, di amici che conosco da tempo, che hanno visto nella mia dichiarazione di non-voto una specie di diserzione. Con loro mi fa piacere continuare la discussione, già avviata massicciamente sul blog e su Facebook.