Il post di ieri ha provocato diverse reazioni. Alcune sono comprensibili: politici e candidati alle elezioni non sono d’accordo con me (vorrei vedere!). Altre mi colpiscono di più. Sono quelle dei militanti, di amici che conosco da tempo, che hanno visto nella mia dichiarazione di non-voto una specie di diserzione. Con loro mi fa piacere continuare la discussione, già avviata massicciamente sul blog e su Facebook.

Bagnoli è il vero buco nero di questo quindicennio napoletano. Su quei 330 ettari di macerie urbane, dal 1993, si sono costruiti a Napoli sogni, speranze, aspettative. Si è speso molto tempo in interminabili dibattiti, e altrettanto ce n’è voluto per consumare amare delusioni. Sui suoi due chilometri di costa, più che altrove, è naufragata la credibilità della classe dirigente cittadina.

A Bagnoli la politica napoletana si è sfidata ai massimi livelli. Lì la vecchia sinistra – dopo aver resistito contro ogni ragione alla chiusura della Fabbrica – voleva sostituire il mito operaio con una nuova Arcadia. Lì si è misurato, nei primi anni della sinistra di governo, uno scontro aspro e nobile tra due concezioni opposte dello sviluppo urbano: quella liberale di Roberto Barbieri e quella pubblicistica e dirigista di Vezio De Lucia. A Bagnoli il lobbismo ideologico degli ambientalisti ha dato il meglio di sé, riuscendo a condizionare il futuro dell’area, sconfiggendo inesorabilmente l’esangue riformismo napoletano. Intorno a Bagnoli le culture e le competenze cittadine hanno mostrato – nel loro insieme – un’imbarazzante povertà.