imgresStiamo parlando, per chi non lo conoscesse, di uno dei più imponenti palazzi d’Europa. Con una superficie di oltre 103mila metri quadri (un quinto dei volumi previsti dal progetto originario) e una facciata di quasi 400 metri, palazzo Fuga avrebbe dovuto accogliere, nella vaga utopia illuminista di Carlo di Borbone, poveri da tutto il regno. Un disegno fallito non solo per intrinseco velleitarismo, ma anche perché nel frattempo l’attenzione di Carlo si era rivolta alla reggia di Caserta. E i fondi per il palazzo vennero meno. Rimase così, dal 1820, un’opera incompleta, abbandonata, e poi adattata a mille usi (nell’illegalità più assoluta) dalla fantasia dei napoletani, nel disinteresse di tutti i governanti.

imgresProvo un dolore fisico a scrivere di Napoli, ma quando leggo notizie come questaquestaltra non posso farne a meno.

Potremmo anche farci qualche risata, leggendo di alcune delle misure di mezza estate della giunta De Magistris. Una variante al piano urbanistico che “sblocca il grande progetto per il polo fieristico della Mostra” attraverso “la realizzazione di una guardiola di vigilanza per assicurare gli accessi e la definizione della strada destinata a migliorare la sicurezza interna” (testuale, non scherzo). Un sondaggione web (anche qui, non scherzo) per riformare la Ztl. La “raccolta di idee di creativi e non solo” su come trasformare l’area di via Caracciolo che resterà aperta al traffico. “Raccolta di idee di creativi e non solo”. Non ci sono parole.

Da quando è finita la mia breve esperienza di amministratore in Campania, ho cercato di non esprimermi su Napoli. Intanto perché verso la mia città nutro sentimenti troppo forti per parlarne con adeguato distacco. E poi perché nel mio caso sono sempre in agguato i ri-sentimenti: ecco come siamo finiti, quanti errori sono stati commessi e quanti ancora se ne fanno. Con annessi corollari: io l’avevo detto, d’altronde cosa c’era da aspettarsi. E relative, implicite e penose conclusioni: ci vorrebbe ben altro, io avrei fatto diversamente, ecc…

Bagnoli è il vero buco nero di questo quindicennio napoletano. Su quei 330 ettari di macerie urbane, dal 1993, si sono costruiti a Napoli sogni, speranze, aspettative. Si è speso molto tempo in interminabili dibattiti, e altrettanto ce n’è voluto per consumare amare delusioni. Sui suoi due chilometri di costa, più che altrove, è naufragata la credibilità della classe dirigente cittadina.

A Bagnoli la politica napoletana si è sfidata ai massimi livelli. Lì la vecchia sinistra – dopo aver resistito contro ogni ragione alla chiusura della Fabbrica – voleva sostituire il mito operaio con una nuova Arcadia. Lì si è misurato, nei primi anni della sinistra di governo, uno scontro aspro e nobile tra due concezioni opposte dello sviluppo urbano: quella liberale di Roberto Barbieri e quella pubblicistica e dirigista di Vezio De Lucia. A Bagnoli il lobbismo ideologico degli ambientalisti ha dato il meglio di sé, riuscendo a condizionare il futuro dell’area, sconfiggendo inesorabilmente l’esangue riformismo napoletano. Intorno a Bagnoli le culture e le competenze cittadine hanno mostrato – nel loro insieme – un’imbarazzante povertà.