geografiala oroAlcuni dei miei migliori amici – di vecchia militanza politica e di attualissimi affetti – vengono da una formazione e una cultura industrialista, e ancora ce l’hanno. La rocciosa scuola del Pci aveva insegnato a tutti che al di fuori della fabbrica c’era ben poco di interessante. Per amor di Dio, l’alleanza con i “ceti medi” era cruciale, a un certo punto Sylos Labini ci aveva detto di nuove articolazioni delle “classi sociali”, e da un certo momento in poi “terziario” non fu più una parola appaltata a verbosi sociologi. Ma il centro di tutto restava lì, nella fabbrica, nel luogo dove si producevano “cose”. (Lo so, sto parlando di 40 anni fa, ma il teorico della “centralità operaia” è stato nominato in Parlamento dal Pd 6 mesi fa).

Da quando è finita la mia breve esperienza di amministratore in Campania, ho cercato di non esprimermi su Napoli. Intanto perché verso la mia città nutro sentimenti troppo forti per parlarne con adeguato distacco. E poi perché nel mio caso sono sempre in agguato i ri-sentimenti: ecco come siamo finiti, quanti errori sono stati commessi e quanti ancora se ne fanno. Con annessi corollari: io l’avevo detto, d’altronde cosa c’era da aspettarsi. E relative, implicite e penose conclusioni: ci vorrebbe ben altro, io avrei fatto diversamente, ecc…