Johann Sebastian Bach – “L’arte della fuga”

Con l’arrivo degli anni ’80, il nostro cominciò a chiedere alla vita un po’ di esattezza. Nei caotici e violenti anni ’70, sola misura d’ordine della sua esistenza erano state le granitiche certezze del Partito, approdo per confusi ideali, baluardo contro le pulsioni estremistiche, culla di amori solidi. Il punto è che sul più bello, nel momento di massimo fulgore, il granito aveva cominciato a sfaldarsi, lentamente e inesorabilmente, galeotti alcuni maledetti ossimori. Un compromesso, per definizione necessitato e contingente, diventò “storico” per darsi importanza. Il Partito si autodefinì “di lotta e di governo”, non avendo il coraggio di fare né l’una né l’altro. Il tormentato leader del tempo si disse addirittura “rivoluzionario e conservatore”. Fu Moretti, in “Palombella rossa“, a sintetizzare il caos che ne derivò.

Procol Harum – “A Whiter Shade of Pale

Strusciamenti infiniti e gonadi che soffrono nei primi jeans stretti. Nei balletti dell’inverno 1967, l’unico “lento” ammesso, tra gli sbuffi dei più timidi e la malcelata soddisfazione delle ragazzine, è questo 45 giri che arriva da molto lontano, annunciato da una copertina blandamente psichedelica, un’etichetta loffia (la Deram) e un titolo incomprensibile, “Un’ombra più bianca del pallido”.

Ivano Fossati – “C’è tempo”

Da ragazzo il povero cristo cantava canzoni in inglese senza conoscere la lingua. A scuola aveva studiato francese: così si usava, in prevalenza, nelle scuole del Regno delle Due Sicilie, e poi l’idioma era noto in famiglia. Dunque doveva arrangiarsi. Con i suoi soci in musica ascoltava per ore “Help!” e “Day Tripper”, ricavandone delle grottesche trascrizioni foniche: non erano ancora arrivati gli “Shampoo“, che sul tema avrebbero detto parole definitive.

Maurice Ravel – Concerto per pianoforte e orchestra in Sol, 2° movimento (Adagio assai)

Benedetti siano i secondi movimenti. Gli autori li scrivono per farsi perdonare. Dopo avere esposto tutta la mercanzia in primi movimenti spesso declaratori, supponenti e autoreferenziali, concedono a noi poveri mortali pause di puro piacere. I secondi tempi dei Concerti (scritti in forma di Adagio, di Largo, di Larghetto) sono brani che chiedono solo di essere ascoltati e goduti. Riecheggiano in maniera sufficientemente vaga i temi principali, e quindi ti liberano da ossessive e a volte capotiche modulazioni. Stemperano lo “scontro” tra il solista e l’orchestra, e la caduta di tensione esalta la serena centralità di melodie semplici, suadenti e accattivanti.

Radiohead
“Life In A Glass House”
(da “Amnesiac”, 2001)

Il povero cristo nato nel 1954, a un certo punto, aveva dovuto dichiarare morta la musica pop di qualità, passando con figli e amici dei figli come il più lamentoso e ottuso dei nostalgici. Ma non poteva fare altrimenti. Aveva fatto dignitosissimo apprendistato nei primi anni ’60, prima con un po’ di buon Sanremo (oh, aveva 10 anni, non di più) e poi con Beatles e Rolling, oltre che con tante, tantissime cover, sia pure tradotte con i piedi.

Johann Sebastian Bach
Primo libro del “Clavicembalo ben temperato” – Preludio in Do# BWV 848

Si può discutere di tutto, avere diverse opinioni, gusti e preferenze musicali, ma lasciamo stare Giovanni Sebastiano. Inizio e fine della musica, di tutta la musica. Quella cosiddetta classica, colta, di cui la sua opera è sintesi assoluta: dà un senso alla musica precedente, ispira tutto quello che viene dopo. Monodie e canti gregoriani, madrigali e mottetti, villanelle e concerti grossi siamo in grado di ascoltarli e comprenderli perché c’è stato lui.