L’editoriale di Panebianco sul Corriere di stamattina. Come dargli torto?

Le reazioni del partito della spesa pubblica di fronte alla affermazione di buon senso, e inoppugnabilmente vera, del viceministro all’Economia Stefano Fassina secondo cui esiste, accanto a una evasione indotta da avidità e mancanza di senso civico, anche una evasione fiscale «di sopravvivenza», sembrano dettate dall’arroganza: quella tipica arroganza che è propria di chi, ritenendosi fortissimo, può permettersi il lusso di ringhiare davanti a qualche timido distinguo dalla linea dominante e vincente.
C’è il forte sospetto che sia ormai inutile continuare a ripetere, come facciamo da anni, la solita litania: «Bisogna ridurre la spesa pubblica al fine di abbassare le tasse e rilanciare così la crescita».

“Nel nostro Paese le tasse sono alte perché non tutti le pagano”. Questa frase può pronunciarla solo un ignorante o una persona in malafede. E Letta, che l’ha pronunciata con enfasi, non è un ignorante.

Intanto, “tasse alte” è un gentile eufemismo. In Italia, nel 2012, siamo arrivati ad una pressione fiscale del 44% sulle persone e del 53% sulle imprese (mentre le piccole imprese – come quella in cui lavoro – pagano lo sproposito del 68,3%, tra tasse, oneri fiscali, contributivi e balzelli vari). Una condizione del genere non è equiparabile a nessun paese civile al mondo. Semplicemente non è sopportabile. Per quelli che pagano. Non per gli evasori, che se ne fregano.