Procol Harum – “A Whiter Shade of Pale

Strusciamenti infiniti e gonadi che soffrono nei primi jeans stretti. Nei balletti dell’inverno 1967, l’unico “lento” ammesso, tra gli sbuffi dei più timidi e la malcelata soddisfazione delle ragazzine, è questo 45 giri che arriva da molto lontano, annunciato da una copertina blandamente psichedelica, un’etichetta loffia (la Deram) e un titolo incomprensibile, “Un’ombra più bianca del pallido”.

Radiohead
“Life In A Glass House”
(da “Amnesiac”, 2001)

Il povero cristo nato nel 1954, a un certo punto, aveva dovuto dichiarare morta la musica pop di qualità, passando con figli e amici dei figli come il più lamentoso e ottuso dei nostalgici. Ma non poteva fare altrimenti. Aveva fatto dignitosissimo apprendistato nei primi anni ’60, prima con un po’ di buon Sanremo (oh, aveva 10 anni, non di più) e poi con Beatles e Rolling, oltre che con tante, tantissime cover, sia pure tradotte con i piedi.