roghi 

  1. Dal diluvio di commenti seguiti al mio post su don Patriciello (insulti in larghissima prevalenza, imbarazzate difese degli amici), estraggo quello di Paolo Cecchini: “Sig. Velardi, lei rappresenta ciò che il popolo ormai disprezza, una casta di privilegiati improduttiva e saccente, invece di fare l’intellettuale scenda in piazza al fianco della gente come don Maurizio, vada anche lei ai funerali, forse comprenderà qualcosa della vita“. Penso che Cecchini fotografi abbastanza bene lo stato delle cose, e non credo che la questione riguardi il sottoscritto (non a caso attaccato dai più per i suoi lontani trascorsi di “politico”, amico di Bassolino e D’Alema, etc…). Il problema va ben al di là.

PatricielloOra va molto di moda don Patriciello, nel napoletano. E’ un prete vestito d’azzurro. Organizza e dirige cortei contro i roghi, contro i termovalorizzatori, contro i politici, lo Stato, contro tutto. Protesta, invoca, si dispera, preferibilmente a favore di telecamere. Ma delle imponenti mobilitazioni che lancia non si conoscono gli obiettivi.

trustCaro lettore, poniamo che tu sia un commerciante, mettiamo un gioielliere (te lo auguro, nel caso – mi raccomando – ricordati di pagare le tasse!) proprietario di un bel  negozio in centro. Da un po’ di tempo ti fa visita periodicamente un signore di mezz’età, anche distinto, che si guarda in giro, si informa sui prezzi, ti chiede di visionare anelli e orecchini (una volta – dice – si avvicina il compleanno della moglie, un’altra volta la figlia si è laureata, e così via).

tiro a voloOddio, ma ci sono passato pure io dal Circolo Antico Tiro a Volo. Mangiai male, come sempre in questi posti: piatti banali, il primo se non era mari e monti poco ci mancava, per secondo anemiche fettine di carne con patate, i camerieri cortesi come porcospini, la messa in tavola ordinaria che neppure una mensa aziendale. E tutto odorava di stantio. Di anni ’50, per la precisione. Divani polverosi, coppe, medaglie e riconoscimenti in mostra in mobili senza storia. Certo, bello l’esterno: prato, piscina, campi da tennis e da calcetto. Ma se il panorama dei palazzi dei Parioli che ti godi da lì mangiando la suoletta di scarpa è “un luogo incantato”, come dice “il Fatto”, beh, allora una volta li porto io Padellaro&Travaglio da Giuseppone a mare…

Non vale mai la pena comprare i giornali, salvo che in rare occasioni. Stamattina il Foglio vale, almeno in parte, l’euro e mezzo che costa, per l’editorialone di Ferrara, che fa il punto prima (immagino) di andare in ferie, e un bel pezzo di Beppe Di Corrado su Garcia (forza Roma). Ferrara ve lo giro io qui sotto, così – se non siete tifosi della Maggica – potete risparmiate l’euro e mezzo e prendervi un caffé, in sostanza pagato da me.

Ecco Ferrara

Dal Corriere di oggi.

Francesco De Gregori, sono sei anni, da quando in un’intervista al «Corriere» lei demolì la figura allora emergente di Veltroni, che non parla di politica. Che cosa le succede?

«Succede che il mio interesse per la politica è molto scemato. Ha presente il principio fondativo delle rivoluzioni liberali, “no taxation without representation?”. Ecco, lo rovescerei: pago le tasse, sono felice di farlo, partecipo al gioco. Però, per favore, tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi».

Cos’ha votato alle ultime elezioni?

«Monti alla Camera e Bersani al Senato. Mi pareva che Monti avesse governato in modo consapevole in un momento difficile. Sono contento di com’è andata? No. Oggi non so cosa farei. Probabilmente non voterei. Con questo sistema, tanto vale scegliere i parlamentari sull’elenco del telefono».