Dal Corriere di oggi.

Francesco De Gregori, sono sei anni, da quando in un’intervista al «Corriere» lei demolì la figura allora emergente di Veltroni, che non parla di politica. Che cosa le succede?

«Succede che il mio interesse per la politica è molto scemato. Ha presente il principio fondativo delle rivoluzioni liberali, “no taxation without representation?”. Ecco, lo rovescerei: pago le tasse, sono felice di farlo, partecipo al gioco. Però, per favore, tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi».

Cos’ha votato alle ultime elezioni?

«Monti alla Camera e Bersani al Senato. Mi pareva che Monti avesse governato in modo consapevole in un momento difficile. Sono contento di com’è andata? No. Oggi non so cosa farei. Probabilmente non voterei. Con questo sistema, tanto vale scegliere i parlamentari sull’elenco del telefono».

Quindi abbiamo un Papa che parla con il mondo, non con i media: questa è la notizia. Ma Accattoli sbaglia a preoccuparsi. Se ognuno imparasse davvero a fare il suo mestiere, tutto potrebbe funzionare meglio.

Se Francesco – poniamo – avesse risposto in aereo ai giornalisti sullo Ior e sulla “lobby gay”, avrebbe scatenato – come lo stesso Accattoli ammette –  “la polarizzazione che è in agguato e che fino a oggi è riuscito a tenere bassa proprio con la disciplina della riservatezza”. Traduciamo: avrebbe reso più difficile la soluzione di due dei più complessi problemi di governance che al momento ha di fronte.  Avrebbe “comunicato con i media secondo le regole dell’informazione di massa”, e avrebbe aumentato il caos in casa sua.